25/12/09

Natale Selvaggio

Finalmente, come regalo di Natale, mi capita un bel film:


Where the wild things are di S. Jonze (2009)
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e ancora una volta, la fiaba con un bambino protagonista è tutt'altro che una storia per bambini; ma ogni intenzione apologetica e ogni spunto di riflessione non giustificano mai la noia o la pretenziosità di un film, e non è proprio questo il caso. E' un film quasi perfetto, e per questo il suo difetto maggiore mi irrita più che mai, benché sia di fatto un eccesso: si tratta infatti di quello che in gergo cinematografico chiamano "overscoring", a cui personalmente preferisco la laconicità sonora di certi Europei. Ma non si può avere tutto.
E poi, c'è anche una canzone di Daniel Johnston (!!!)


Anche qui si parla di archetipi, in part. quella versione mostruosa del Buon Selvaggio che qualche utente cine-letterario può ricollegare al King Kong di Wallace e a qualche sua riduzione per lo schermo. Ma qui non c'è una Bella a uccidere la Bestia, nessuna ovvietà sessuologica oltre "il mostro" (o il mostrare) stesso, e tanto per cambiare non muore nessuno; un altro punto a favore. Nondimeno, concordo pienamente con l'autore del libro, Maurice Sendak, secondo il quale la sceneggiatura espande ed approfondisce la sua storia. Non concordo invece con quegli utenti che vedono nell'omissione della foresta cresciuta nella stanza di Max come un affronto imperdonabile; del resto, chiunque si può vedere gratuitamente la trasposizione della fiaba parola per parola, nella versione corta quasi-animata del 1973, per conoscere quanto poco manca, e quanto invece è stato aggiunto.

Lo so, è terribile quanto la mente infantile differisca da quella degli adulti, e quanto la mia -di bambino più vecchio del mondo- da entrambe; ma devo ammetterlo, ogni tanto è bello vedere un film con tante facce simpatiche.

24/12/09

Mighty Joe Black

Allietato dalla Crema Afghana dopo oltre tre mesi di ordinarie porcherie, posso finalmente apprezzare l'atmosfera festiva che come sempre contrasta con il malumore stagionale, e mi vedo due film di fila. Il primo:


Moon di D. Jones (2009)
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paradossalmente mi riporta in un passato in cui non perdevo l'occasione di indossare una tuta da meccanico (truccata da tuta da film SCI-FI, con tanto di strappo insanguinato su una gamba), di aggiustare il mio droide ricavato da un fustino di detersivo, o di consegnare all'entrata il mio coupon per un bagno caldo... Erano i tempi in cui scrivevo "Old Women", un racconto lungo imperniato sulla strage dell'equipaggio di un cargo spaziale da parte di un gruppo di robot con sembianze da vecchie signore. Nella successiva trasformazione in soggetto filmico, si prevedeva che il tutto fosse già avvenuto, e che l'intera durata del lungometraggio descrivesse la vita quotidiana dei sopravvissuti a base di sesso, droga e rock n'roll; inutile dire che a quei tempi non solo non avevo un indizio valido sulla realtà del sesso, e l'unica droga che usavo oltre il caffè erano le sigarette, ma addirittura non ascoltavo il rock n'roll, dato che la mia colonna sonora abituale erano le colonne sonore dei film... Solo un istante prima di cadere nel vortice degli anni '30...


Moon è un film che mi ricorda vagamente quell'idea di film, compresa la clonazione che era un elemento determinante nella storia originale; anche qui non succede poi molto, ma è avvertibile una passione per la messinscena fantascientifica che visualmente omaggia qualsiasi pellicola anni '70/80 del genere, da 2001 (con Mozart al posto di Strauss) a 2010, ad Alien, a Outland, e via fantascemando.


Bellino a vedersi, con una trama abbastanza originale da non rimpiangere di averlo visto, mi capita in una copia con un audio miserabile.

Il secondo film:


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è un documentario Canadese che riassume brevemente "la vera storia del Proibizionismo" e ci introduce ai misteri della verdissima British Columbia, dove sembra che metà della popolazione si dedichi alla coltivazione indoor. Ben documentato, brillante, con abbastanza materiale e un montaggio abbastanza agile da ammortizzare pienamente i 99' di durata, The union (link al sito ufficiale) è uno di quei film che rigirano questo coltello in questa piaga resa insanabile dai governi di mezzo mondo; possiamo solo sperare che, come conclude il Dr. Lester Grinspoon, la Grande Bugia non possa venire supportata o sopportata più a lungo; ma intanto festeggiamo 72 anni di proibizionismo, fumando questo costosissimo preparato medicinale, e illegale.
Che siate maledetti, governanti terricoli; prima o poi perderete la faccia, e non la ritroverete più.

p.s.: il titolo è strettamente personale

22/12/09

Grosso guaio sul set del futuro


Chinatown di R. Polanski (1974)
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Nessuno ha mai pensato che la foto del finale a sorpresa di Shining -dove Jack Torrance si scopre tra gli invitati al party del 4 Luglio 1933- potrebbe essere stata scattata "in realtà" al suo predecessore filmico, Jake Gittes?




About changing some scene in the movie, let's hear the discombabulating revelation by mr. Polanski himself on Youtube: "For example, when Gittes is photographing on the roof the couple downstairs, and I wanted to see the reflection of it on the lens of his Leica (...) a lot of discussing in which way to put it, to put it upside down or the way it is... the lens normally reflect upside down... and I thought for the audience's sake we won't put it upside down... Today I would definitively put it upside down."

Now, would THAT be a great idea? Look at these pictures:







I don't know what kind of lenses they put on Leicas, neither in the 30s nor in the 70s... Of course, today it would come out as kinda original idea.
Anyways, here's the possible result just as R.P. wants, in case he decides to remake the movie, so he can see I'm ready for my job as production designer; or whatever


I just don't care about anything that anyone else could call "reality" -- not to tell about "realism".
When I saw Chinatown for the first time I was about 15, and I used to live in the 30s already; it was a weird moment indeed. I was deeply in love with Paper Moon, which still remains one of my all-time favourite movies, and there is a single guy that links the two things:



John Hillerman

Tonite I've finally read the Truth about this issue: that "Peter Bogdanovich turned down the chance to direct" Chinatown.
NOW I understand.

20/12/09

Black and white is more realistic

Ho avuto quattro poster di film appesi in camera, nel corso del tempo: il primo, "Easy rider", quando non avevo mai visto il film e non avevo mai fumato un joint; il secondo, "A clockwork orange", quando avevo letto il libro di Burgess, ma ero lontano dai 18 anni che servivano per vedere il film al cinema (e bere latte e mescalina); l'ultimo che ricordo era "Liquid sky", quando non avevo mai nemmeno sentito l'odore dell'eroina.
Il terzo poster di questa sequenza cronologica era quello di


Der Stand der Dinge di W. Wenders (1982)
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Se mi sembra incredibile averlo visto 27 anni fa, quello che mi sembra del tutto inaccettabile è che già allora avevo l'età, il movente e ogni occasione per abusare delle orribili droghe legali pubblicizzate qui, come nella gran parte dei film contemporanei:


alcool, e tabacco -- anzi, sigarette, che è tutt'altra roba

Der Stand è soprattutto un film bello; e nel frattempo abbiamo scoperto che questa non è la caratteristica precipua di un bel film; ma è -anche- un film in bianconero, e come ci ricorda Sam Fuller (as Joe) questa qualità rimane per me quella che contraddistingue la realtà corsiva di un "uomo di cinema" dalla realtà comune, ordinaria, di miliardi di spettatori. E' un tipo di "realismo" che sicuramente andava per la maggiore fino agli anni '60, cioè prima della mia nascita; questo è probabilmente il mio paradosso più estremo, quello anacronistico, se non bastasse il desiderio di fare un film pur non essendo ebreo, non conoscendo ebrei, non vivendo nella contea di L.A. e non avendo qualche milione sotto il materasso; di fare un film in bianconero.


Ventisette anni dopo la prima visione, non ho nessun poster di nessun film sulla parete, ma in compenso ho visto molti più film (pirati) di quanti ne avrei mai potuti vedere attraverso cinema, tv, vhs e dvd messi insieme; l'unica cosa che sono riuscito a fare in questo campo artistico, in tanti anni, è quel Qualcosa che descrive la mia stessa condizione di prigionia nell'Ordinario che esprimo qui e ora nel blog; e dunque l'unica cosa buona che ho fatto, e che ho ancora intenzione di fare, è un film in bianconero. Strano, come lo Stato generale delle Cose sia perlopiù lo stesso; perlomeno, ho smesso di fumare le sigarette, e ho scoperto qualcosa di molto meglio dell'alcool.

19/12/09

E le fante?

Non ho ancora trovato un perchè di questo titolo:


Elephant di G. Van Sant (2003)
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ma la prima cosa che leggo, l'Utente di IMDB, è illuminante: "On top of all this, the pacing is superb, slowly building up the almost unbearable tension. When it is finally released, the explosion hits you with a frightening energy that is as unforgettable as it is chilling. "

Non lo so, non capisco. Non c'è niente di simile a una tensione qui, per me. Niente che assomigli al pathos, e quindi alla catarsi. La sospensione voluta dall'autore è talmente efficace che osservo il tutto come esercizio di stile, e quello che apprezzo di più è il time lapse (opera di Eric Edwards) delle nuvole -- come in Chopper, solo che lì c'era un personaggio simpatico.

Sappiamo che il film tratta della strage di un liceo simil-Columbine, e abbiamo già visto il film di Moore; sappiamo che vedremo "un giorno qualsiasi a scuola", come recita la tagline, e che prima o poi succederà qualcosa di abbastanza prevedibile. Infatti, vediamo un giorno qualsiasi a scuola, e poi (non prima) succede ciò che era previsto. Fine del film.


Quello che ho apprezzato, oltre il time lapse, sono la steadycam puntata alle spalle, e il montaggio a cura dello stesso Van Sant; la qualità della visione è iperrealista, il montaggio non-lineare riesce a dare un'impronta surrealista, con risultati apprezzabili; probabilmente non starei scrivendo di questo film, se non per via del montaggio; ed è la solita storia di Van Sant, c'è sempre qualcosa nei suoi film per cui valgono una menzione speciale, ma ancora una volta non è il film stesso.
Dovrei dire che canzoncine come il "Chiaro di Luna" e "Per Elisa" come colonna sonora sono efficaci, e non mi pare che Beethoven sia mai stato abusato cinematograficamente; ma è anche vero che sarebbero ugualmente efficaci in ogni caso, e in qualunque film. Quella è arte.

P.S.: il perché del titolo è qui: http://en.wikipedia.org/wiki/Elephant_(film)
In un remake italiano, potremmo adattarlo al gioco di parole del mio titolo, con i due sparatori in mensa che non trovano le loro bevande preferite, e scatenano l'inferno.

P.P.S.: perché invece le sonate al pianoforte siano state alzate di quasi un semitono rimane un fittissimo mistero

18/12/09

ἀποκάλυψις

Un'idea mi ha attraversata la mente oggi, mentre ascoltavo questo sospetto ovni "imitare" il motore di un cessna, e ripensando ai "falsi aerei" visti dal vivo di recente, e alle migliaia di avvistamenti di cose di ogni sorta riprese nei cieli, in part. ai tanti oggetti volanti sempre più decisamente non-identificati, che non rientrano cioè nella categoria dei "dischi", lasciandoci scorgere istanti di un universo sempre più vasto e sempre più ignoto: il fatto è che grazie alla tecnologia digitale a basso costo oggi la stragrande maggioranza degli utenti può riprendere qualsiasi cosa in ogni momento e in ogni angolo del mondo, e lo fa; sono ormai decisamente troppi i video e le fotografie di queste apparizioni, e alcuni famosi avvistamenti di massa (come le luci di Phoenix, l'eclissi del 1991, le "flotillas", etc.) per lasciare qualche alternativa verosimile allo scettico. L'idea è questa, che migliaia di casi simili registrati in tutto il mondo e diffusi attraverso la rete vanno ben oltre le informazioni esclusive del settore e l'occasionale programma televisivo; che stiamo vivendo giorno per giorno un momento storico Apocalittico (di rivelazione) in cui si vedono e si mostrano quotidianamente immagini che fino a ieri appartenevano alla pura fantascienza; dove vediamo cieli che pullulano di astronavi d'ogni forma e dimensione, e anche i più dubbiosi devono prendere atto della dimensione sconcertante di questo fenomeno, che -dicono- ha raggiunto il suo apice nel 2009. In questo momento, Qui e Ora, malgrado l'eccesso di informazione, nessuno al mondo sembra saperne niente; benché sia più facile vedere il video di un "ufo" che non quello di una donna nuda o due (il che è tutto dire) non ne sappiamo più di prima, e ancora c'è chi si chiede se "esistono", e ancora c'è chi non ci crede affatto.
E' una riflessione ancor più interessante dal punto di vista dello Scettico Assoluto, Jasper L. Thompson, a cui riesce difficilissimo credere in sé stesso.
E non c'è una sola conclusione che possa considerare valida.

17/12/09

The mistery man

Harry Dean Foster è uno dei miei attori preferiti; stasera lo rivedo in


Paris, Texas di W. Wenders (1984)
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e rimane lo stesso mistero; non è talmente bello da oscurare il mio pensiero critico, non oserei nemmeno menzionare quell'aggettivo nel suo caso; non sembra in grado di possedere un carisma, o qualcosa del genere; è un uomo che non mi stupirei di veder scendere dal furgone di qualche compagnia di spedizioni per fare una consegna, o con una divisa da vigile urbano, oppure a servire ai tavoli di una pizzeria; non lo so, potrebbe essere questo il grande segreto, la sua prorompente, cosmica mediocrità. Di sembrare un uomo qualunque; chiunque; tutti E nessuno.
Di fatto, H.D. è comparso in qualcosa come 170 produzioni cine-televisive, dal '954 a oggi, e pur senza grandi ruoli da protagonista troviamo il suo nome in alcuni tra i più famosi titoli della fine del secolo scorso, da "Pat Garret & Billy the Kid" a "Il padrino II", da "Alien" a "1997: fuga da New York" a "Il miglio verde" a "Paura e delirio a Las Vegas" attraverso la "riscoperta" di Lynch che gli ha affidato alcuni ruoli significativi fino ad un cameo che vale da solo tutto un film, in "The Straight Story".
E' apparso in "Bonanza", "Rintintin", "Gli intoccabili", serieTV che abbiamo guardato noi, dopo i nostri genitori e i nostri nonni, ed è apparso in un film molto più prossimo alle generazioni successive come "Alpha dog"; non c'è nessun dubbio sul fatto che H.D.Stanton sia un pezzo da museo vivente, una reliquia ambulante la cui caratteristica più palese e paradossale è di essere sempre sembrato lo stesso; persino in uniforme da soldatino qui sembra un vecchio truccato:



Pur non avendo mai interpretato ruoli da "duro", dato il suo aspetto "dropping" e "wheater-beaten", lo vedo come una roccia umana; per cui la minima increspatura che compaia sulla sua superficie è in grado di irradiare una sorta di emozione primordiale, incomprensibile, e irresistibile.
Quella in Paris, Texas è una delle sue rare prove da protagonista, e per qualche gioco del destino, o per una geniale scelta del casting il personaggio di Travis assomiglia moltissimo ad una idea romantica ed eroica che l'utente filmico può essersi fatta di quest'uomo, quella di un viaggiatore, di un tranquillo avventuriero dal passato sterminato, che sembra pronto a schiacciarlo da un momento all'altro: quello che ha combattuto a Okinawa, il testimone alle nozze di Jack Nicholson che dopo il divorzio ha diviso l'appartamento con "the king" ...


Credo che più di qualunque altra famosa star di Hollywood, come il suo amico Re, gran parte della sua grandezza dipenda dalla sua abitudine -come egli stesso ammette- di recitare sé stesso; forse è tra i pochi che abbiano intuito cosa davvero significhi , e tra i pochissimi che abbiano avuta la possibilità di farlo. Infine, il grande mistero di H.D.Stanton non si risolve poiché è il mistero stesso dell' essere umano, che troviamo espresso in questa sua frase: "I learn about myself. There is no self. You learn you're not a self. You learn you're nothing. Ultimately. Hopefully."
Essere questo consapevolmente non è proprio da tutti, neanche nei film.

15/12/09

Let's Luciferate


"Heavy lies the crown... sort of thing" dice "Re" Jack al nuovo Faccia d'Angelo (ma è un'ironico eufemismo) Leo Di Caprio


di quale corona sta parlando, della maestà di Hollywood? Corona è un termine che ritroviamo intatto nella sua antica radice Medio Orientale KRN, in tutte le lingue romanze (crown, Krone, couronne) e nel Greco κορώνα; il Maestro insegna che è la stessa radice di "corno"; lo ritroviamo trasformato come si conviene, in "cheratina". La sostanza di cui sono composti capelli e unghie.

Ora, riguardiamo le due immagini.

The departed è un film in cui si vede tutto il mestiere di Scorsese; si vede, anche, che il cinema può essere un mestiere; questo non è un bene, per un film, e questo tipo di mestiere non mi piace. Non mi è mai piaciuto Scorzese e non mi è piaciuto questo ennesimo super-violento ritratto della malavita Americana, dove almeno per una volta non ci sono paesani di mezzo. Non mi piace Leo di Caprio, non mi piace Matt Demon, non mi piace Alec Baldwin, e proprio non mi piace questo ennesimo capolavoro della brutalità Italo-Americana in formato 35 mm.

Sarei davvero grato a mr. Scorlese se una volta tanto si accorgesse che il retaggio dei Paesanos non deve obbligatoriamente ricordare Al Capone, Frank Costello o Francis Ford Coppola -cioè, il Padrino- che esistono che so, i Michelagnoli, i Canova, i Tintoretti, i Giotti, e un sacco di altri simpatici Cumpà di un certo rilievo, che varrebbe la pena tirare in ballo più di un Frank Sinatra o di un Cozzamara. Che il bel gioco dura poco, e il suo che non era granché in partenza dura da trent'anni, e che è sempre peggio; ma questo va contro l'opinione pubblica, quindi lo scrivo a me stesso, nel mio blog privato. Se poi la produzione del suo cinema è affidata al racket dei film di gangsters di New York, come sembra sempre essere (in part. ne "L'età dell'innocenza"), che affronti la cosa come fanno i suoi eroi, e che si immoli gloriosamente in nome della libertà e della biodiversità filmica. Noi, amanti del Cinema Puro (e per questo particolarmente schizzinosi quando si continua a insistere sullo stesso punto, perché il cinema come ogni altra e + di ogni arte è ricerca) gli saremo eternamente grati.

In quanto a Jack, che dire, non sono certo io che mi devo giustificare per una star multimiliardaria di Hollywood che si è divertito come sempre oltremodo nel fare la parte dello spietato boss per un famosissimo regista di New York, come sempre strapagato per farlo; francamente, tutto quello che mi chiedo è fino a che punto vogliono arrivare, cosa mi troverò a scrivere sul cinema -che era e potenzialmente rimane la mia arte preferita- dopo avere evitato di giustificare Jack Nicholson per il suo ruolo in questo film.

Dopo le 12.000 4-letters-words acoltate qui, che si assommano a milioni con i precedenti malavitosi -e cinematograficamente criminali- lavori di Scortese, e tenendo presente la mia ultima nota riguardo la lingua Inglese, l'unica cosa che mi verrebbe spontantea è (sort of) FUCK YOURSELF, ma la spontaneità non è cosa che si addica ad un blogger. Quindi,



Things to do

Recently I'm getting aware of the fact that i 'm in love with the English language; I also happen to dream in English, at least in some dialogue. This morning I was in a room with someone else, whoever they were they were Italians; I remember Alex, but I couldn't say if it was he speaking English. Anyways, someone told me something about "to luciferate". I don't know about the issue, guess we were kidding, but I have to admit that the verb is somehow interesting; now that I know of this possible action, I think I couldn't prevent myself from doing something like that.
I must luciferate.

11/12/09

Jack, the Man

In un film triste, povero, decente come questo


The last detail di H. Hashby (1973)
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dove tre marinai ubriachi viaggiano per tutto il tempo su scenari innevati e desolanti, si può intuire perché Jack Nicholson è una star; non un grande attore, e non un divo, ma una star.
Il film di Ashby è un altro apologo anti-bellico, ed è un film molto anni '70 che secondo l'utenza di IMDB è un capolavoro sottovalutato oppure una schifezza; io sto nel mezzo, ma credo che senza una star nel cast oggi nessuno al mondo si porrebbe il quesito, perché nessuno se ne ricorderebbe.
E' un film semplice semplice, quasi-naif (e non naive) che nella sua pochezza lascia il campo libero al super-gigione hollywoodiano; la bravura di Nicholson qui sta nella sua misura, e vediamo allora che la sua misura è stellare, in senso cinematografico. Nell'America glaciale e oscura del Vietnam e di Nixon lui ha già sconfinato, in viaggio per il prossimo party millenario


E' una recitazione che non ha maestri e non ha discepoli; Jack Nicholson è quello che è in virtù del fatto che l'unico suo reale interesse è "to have a good time".
Bastano quei pochi secondi mentre guarda Randy Quaid piangere, sul treno, per capirlo; è nato attore, è diventato "il re di Hollywood", e dopo di lui non conosco altre stelle capaci di illuminare il cinema del futuro. Questo non è un grande film, ma per chi sa apprezzare Jack è tra i suoi più grandi film; e rivederlo dopo -qualcosa come- tre decenni, è un gran bel tuffo all'indietro.


10/12/09

Uomini e insetti


Starship troopers di P. Verhoeven (1997)
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è un'apologo sulla guerra, dove i nemici sono spietati assassini appartenenti ad una cultura che per il soldato non è meno ignota -ad es.- di quella Vietnamita o Iraqena, ma che è sicuramente molto più vasta e più antica della sua; è uno splatter movie travestito da film bellico, ma ricade ancora una volta nel filone fantascientifico, dove Verhoeven si era già imposto con opere non meno strane come Robocop e Total recall; c'è la stessa fascinazione iper-tecnologica, lo stesso mondo di plastica stampata, di colori sgargianti, e qui anche l'eccessiva carineria dei giovani aitanti protagonisti, coinvolti in tresche da soap-opera, concorre a rendere oltremodo irreali le scene:


il bello è che fin da subito conosciamo il fato dei nostri, bellocci e bellocce indistintamente:


sono carne da insetto.


Credo che -a parte forse Heinlein- nessuno degli spettatori provi la minima simpatia per gli insettoni, che oltre a incutere un atavico terrore nell'utenza mammifera hanno anche la sconveniente qualità di essere enormi, e il brutto vizio di fare a pezzetti la gente; per colmo della misura, lanciano verso la Terra meteoriti abbastanza grandi da distruggere una città. Ancora, alla fine del film di loro non sappiamo niente; conosciamo soltanto i loro minuscoli parenti che condividono il nostro habitat, e alla luce di questo possiamo scommettere che i terricoli non ce la faranno MAI.


Ma come dice l'ennesimo annuncio di propaganda della Federazione, "They'll keep fighting"... Che "They will win" invece è piuttosto improbabile, ma con il vago e infausto ricordo di un numero due visto per caso da qualche parte, non credo proprio che mi prenderò la briga di scoprirlo, e mi accontenterò ancora di questo strano film tipicamente Verhoeven, sempre divertente, ben fatto, dove tutto è talmente fasullo che sembra un TG; la differenza è che non ci si annoia.
Il bonus è il sorriso smagliante di Jake Busey, che ha ereditato la dentiera di papà, e ne va fiero:

08/12/09

Mistery of the Maya

Il fatto che nella mia personale concezione escatologica -così come, stranamente, nella Tradizione esoterica- il così detto "altro mondo" sia assimilato ad un "altro mondo" (o pianeta, o universo, o dimensione) mi porta a considerare la questione che ruota attorno alla figura del sarcofago di K'inich Janaab' Pakal:


dal documentario Imax "Mistery of the maya".

La questione al momento è dibattuta fra i paradigmi dell'archeologia tradizionale e le ipotesi degli studiosi delle nuove scienze "pseudoarcheologiche", sorte alla luce di prove schiaccianti sull' esistenza di intelligenze non-terricole che hanno partecipato in maniera talvolta determinante dell'umanità e della sua Storia in fondo ai cieli, ad es. "paleoastronautica" e "clipeologia":
1) il bassorilievo raffigura Pacal nel suo viaggio verso l'Altro Mondo (Xibalba)?
2) il bassorilievo raffigura Pacal nel suo viaggio verso un altro mondo?
La risposta, piuttosto ovvia dal mio punto di vista è: sì.
Una tale conoscenza del percorso escatologico -paragonabile a quella degli altri costruttori di piramidi, gli Egizi- dell'uomo porta a ri-considerare gli aspetti apparentemente crudeli e addirittura folli dei Maya, con i loro riti sanguinari e le loro esecuzioni di massa, e quindi la loro inspiegabile simpatia per il decesso, un desiderio di morte che agli occhi dei moderni Occidentali (ma non solo dei moderni) è più o meno totalmente incomprensibile. Riguardo il reperto particolare, abbiamo una sola certezza: che la famosa incisione, qualsiasi cosa rappresenti, appare sul coperchio del sarcofago reale, ovvero: che è direttamente correlata alla morte del re, e alla realtà che secondo la tradizione Maya lo avrebbe interessato a partire dal suo trapasso. Almeno su questo punto non possiamo avere dubbi; come racconta il documentario, l'archeologo Messicano Alberto Ruz Lhuiller ha fatte asportare le centinaia di tonnellate di roccia che sigillavano il condotto verso la camera funeraria, e sollevato l'immane coperchio ci ha trovato uno scheletro dall'aria regale. Se queste caratteristiche del ritrovamento possono bastare agli studiosi per stabilire che si tratta della tomba di Pacal il Grande, la raffigurazione del suo contenuto basta allo scrittore per sapere cosa stava facendo colui al momento della sepoltura del suo pondo casso: se ne stava andando molto, molto lontano da Qui, e Ora.

06/12/09

Non si vive di soli circenses

A proposito della sete di sangue & sesso dell'Utenza:


Eastern promises di D.Cronenberg (2007)
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dove il muscoloso Viggo Mortensen, vestito solo dei suoi molti tatuaggi affronta a mani nude -anche quelle- due killer della Vory v Zakone armati di roncola, e piuttosto prevedibilmente li stermina, pur facendosi affettare quanto basta per soddisfare l'occhio.
Ci sono anche due gole ben tagliate, in questo film:


e dobbiamo dire che in generale l'opera di una vecchia volpe come Cronenberg rende queste, che sono quisquilie rispetto ad uno splatter medio, con molta più efficacia di ogni splatter medio. Il motivo qui però mi sfugge: perché mostrare tutta questa violenza istituzionale, professionale, quella della mafia, con i suoi padrini e i suoi infiltrati, le sue gerarchie e i suoi giochi-di-potere, con tutta questa bravura horrorifica che tutti riconosciamo all'autore Canadese, e al suo cast Internation-All-Star? (Compreso Jerzy Skolimowski!)
Il tema della violenza a cui si dedica ora Cronenberg, che abbiamo visto affrontato con una certa originalità nel precedente History of violence (mi pare che trattasse proprio questo argomento) e con lo stesso assassino poco redento e fin troppo identificabile nell' eroe fantasy, qui si svolge a partire da una possibile realtà metropolitana comune, quella delle quattordicenni Baltiche a Londra che vengono drogate, stuprate e poi mandate a battere malgrado il loro stato interessante, e ne fa un caso umano, e internazionale, tale da giustificare gole tagliate, nudi maschili e fendenti di roncola, ma non tutti i 100' della visione. Sono certo che esistono molte più quattordicenni Baltiche a Londra che vengono drogate, stuprate e poi mandate a battere malgrado il loro stato interessante di quante se ne possano immaginare, ma un film di David Cronenberg


con Viggo Mortensen e Vincent Cassel che fanno i killer della mafia russa NON è quel genere di film che mi può fare riflettere seriamente su questa possibile realtà metropolitana.
Nemmeno se c'è (ancora!) Naomi Watts che fa l'infermiera, e parla Inglese invece che Americano.
Non lo so, forse Cronenberg s'è fatto troppo sofisticato per i miei gusti, ma continuo a preferire Videodrome.

05/12/09

They shoot horses, don't they?

Dopo l'accattivante Funny games, questa sera tocca a


Les temp des loup (2002)
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dello stesso Haneke.
In questo film un cavallo viene sgozzato. Sappiamo benissimo che esistono macellerie qui, come temo in tutta Europa, che vendono carne equina; dunque, come per il più recente film Italiano in cui viene ucciso un toro (e di cui non ricordo il titolo) il problema etico non si pone a livello sociologico, o culturale; nessuno può impedire ad un regista di riprendere l'uccisione di una magnifica creatura, fintanto che queste vengono trucidate quotidianamente e in massa, per dare la bistecchina al bambino che deve crescere e ha bisogno del ferro. Il problema si pone a livello spirituale; pertanto, nessuno può impedire che il film venga girato, e nessuno impedisce poi che venga distribuito; in questo modo il vegetariano convinto si trova a vedere qualcosa che mai avrebbe voluto vedere; e non la vede, se come me si copre gli occhi per due minuti.

Io personalmente non mi pongo il problema se sia giusto o meno mostrare al pubblico l'uccisione di una creatura qualsiasi; il problema è che la gente intorno a me si mangia conigli, polli, anatre, pesci, mucche, cavalli, asini, cervi, maiali, capre, pecore, e qualsiasi altra creatura che abbia la sventura di condividere il loro habitat; fatti nascere, allevati, ben nutriti per poi essere mangiati. E in generale questa gente fa prima uccidere le creature da mangiare da qualcun altro, che poi le dissangua, le spella, le taglia a pezzi e fettine e tutti sono contenti. Ma tutto ciò è sottinteso, è l'entimema oscuro dell'industria della morte che è "l'allevamento". Oggi non si parla più di "uccidere", ma nemmeno di "fare uccidere", la gente si trova pezzi di roba da mangiare in una confezione di plastica, non sembra nemmeno possibile che siano appartenuti ad un essere vivente. Come si dice, occhio non vede....


QUESTO, dunque, è il problema dal mio punto di vista, quello del vegetariano. Mi è capitato di vedere questa scena, e ho intuito abbastanza rapidamente che la storia del cavallo -dopo essersi beccata una fucilata in testa- non poteva certo finire a tarallucci e vino; abbastanza, per evitare l'ulteriore ferita (non solo del mio animo) della lama pronta ad entrare nella gola, subito dopo la sua entrata in scena; ho chiuso gli occhi. Istintivamente, immediatamente. Solo l'audio mi ha suggerito il momento buono per riaprirli. Io NON POSSO proprio più vedere una roba simile, dopo l'Inferno visto in Earthlings; ma io non posso nemmeno immaginare di uccidere qualcosa che al contrario vorrei tanto baciare ed abbracciare; per me questo vale per gli equini come per i bovini, gli ovini, i caprini, i roditori, gli uccelli e qualsiasi altra sorta di essere catalogato e regolarmente divorato nel mondo delle parole. Qui, e Ora.

Così, chiarito il mio punto-di-vista, posso anche terminare la mia serata critica dicendo che il film di Haneke è alquanto tedioso; inizialmente curioso, ma ben presto piatto; fino a quell'orribile scena, che per l' aspirante Gulliver -come me- è financo peggiore di uno snuff movie. Almeno quelli non li ho mai visti prima. Se l'industria dell'intrattenimento - che sia considerato "d'autore" o meno, deve tornare a servire panem et circenses all'Utenza multimediale, per placare la sua sete di sangue repressa, posso accettare che l'uccisione di qualsiasi altra creatura legalmente ammazzabile e mangiabile da queste genti sia anche filmata e che gli venga poi riproposta -possibilmente, subito dopo i pasti; ma dal momento che non ho mai visto uno snuff, e che la tradizione circense dell'Impero prevedeva anche la presenza di creature umane sulla scena, la prossima volta preferirei vedere un attore, uno sceneggiatore, un produttore, o almeno un assistente regista al posto del nobile destriero.

Per quanto mi riguarda non c'è film, o attività artistica o tecnologica, o scientifica, e in generale non esiste alcuna possibile giustificazione valida per l'uccisione di un animale, di nessun genere; tranne per quello che -volente o nolente- è in grado di leggere, di scrivere e/o guardare i film.

04/12/09

Di male in peggio

O "i giochetti crudeli del fato".
E certo, il fato non esiste; ma non è passata una settimana, da che vedevo i miei "sogni filmici" finiti... in un altro sogno, apertamente e anche piuttosto volgarmente onirico, come quello di Science of sleep; questa sera, per colmare la misura, mi vedo un remake a mia insaputa; un film che ho pescato innocentemente dal Torrent dov'era classificato come horror.

Funny Games U.S. di M. Haneke (2005)
☻☻

non è un film horror; tutt'altro. E' un thrilling giocato esclusivamente sulla tensione emotiva, sul pathos; nel film vengono trucidati una coppia di adulti, il loro bambino e il loro cane, sugli scenari idilliaci della loro casetta di campagna; ma non assistiamo ad una sola uccisione -se non "indirettamente", attraverso l'audio- e il tutto avviene alla luce del sole, oppure, nella calda atmosfera del salotto, abat-jour e TV accese. Niente luoghi sinistri e squallidi, come quelli che mi hanno propinato ieri con Hurt (che ho evitato di menzionare) per creare un disagio sociologico -- di fronte al quale poi ogni conseguenza horrorifica sembra ovvia e banale. E soprattutto, niente sinistri figuri, uomini con cappello e impermeabile, uomini mascherati o mostri deformi; Funny Games è la famosa scena di Cary Grant / Kaplan nel campo di grano (in North by Northwest) portata alle estreme conseguenze -- qualcosa come 40 anni dopo. Non soltanto gli scenari sono agli antipodi di quelli del genere (ma questo non è più un caso unico, o raro, oggidì) ma anche gli assassini sono due giovani adulti eleganti, biondi, ben azzimati e d'eloquio forbito.


Che siano tossicomani -come asserisce uno di loro- o che siano gay -che si lascia intendere dai loro modi eccessivamente affettati- non abbiamo alcuna prova per dimostrarlo; portano sempre i guanti bianchi, e non dicono una sola parolaccia, a parte "Butthead" (inteso però come personaggio televisivo). Al contrario, sappiamo bene che sono assassini-a-sangue-freddo; ma questo contrasta fino alla fine con il loro comportamento e con il loro aspetto perbene. Non possiamo liquidare Funny Games U.S. -perlomeno, non l'idea filmica, o l'onda scaturita dall'originale Tedesco, che purtroppo mi manca- come semplice remake, per almeno due motivi. Nel bel mezzo di un climax piuttosto denso, l'assassino che ha già sfondata la quarta parete con il suo solito aplomb glaciale arriva al trucco citazionistico (Click) e impedisce l'uccisione del suo complice riavvolgendo il film stesso; è la trovata meno felice -tanto che si infrange la regola dell'uccisione fuori scena, solo per poi "rimediare" con l'artificio elettronico-, ma è anche la più esplicita e quindi forse l'unica comprensibile per l'utenza televisiva e telecomandante.


warning: spoiler!

E' la rottura della Quinta Parete, quando il personaggio interviene direttamente sulla struttura filmica con l'aiuto di uno strumento di comando universalmente riconosciuto; e questa volta perlomeno non è una trovata che deve sostenere tutto un film, ma all'interno di un film il cui jeu-de-massacre è aperto fin dal titolo, e a differenza degli stupidi giochetti mortali proposti dall'assassino, funny.

Così, ci chiediamo, ora che il trucco è svelato al di là di ogni ragionevole dubbio, quando è ormai certo che Funny Games è un gioco, oppure "soltanto un film", quella stessa formula di paradossi visivi, di ottimi attori ben diretti, quella tensione emotiva che chiamano pathos, basata su quegli stessi trucchetti, funzionerà ancora? Ma non c'è modo di saperlo, il film finisce proprio quando il tutto sta per venir messo in scena di nuovo; altra casetta di campagna, altra famiglia borghese, altri giochi e altro film -che non vedremo. Dunque, divertente. Very dark, e abbastanza poco Americano, o forse abbastanza Tedesco da sostenere tutta l'americanità dell'operazione, avvalendosi della stessa come complice involontaria.

Le dolenti note, e il secondo motivo per cui IO non posso fare a meno di essere mio malgrado interessato da questo film, riguardano ovviamente un altro "sogno", e sempre -guarda caso- il mio personale, che progettavo di mettere in scena una tale situazione d'assedio e violenza assolutamente gratuita (compreso lo scotch marrone alle caviglie) con i miei più fatidici e sofisticati elementi di contrasto, fino ad un finale che non avrebbe nulla da invidiare a My name is Bruce, o No Land for old men. Il titolo di lavorazione era "Miniatures", datato ufficialmente 1991. Questa volta lo spoling messo in scena da Haneke contro i miei sogni stagionati non raggiunge la profondità della stop-motion superflua di Gondry, ma è ancora sufficiente a ferire il mio orgoglio cinematografico, e a farmi pesare le catene di Rivoluzionario del Cinema costretto al giogo della scrittura elettronica. Alla violenza della stasi.

Ora come non mai, mi rendo conto che soltanto una valigia piena di denaro, e non di tritolo, è la via di uscita più sicura, per morire ogni giorno di questa vita con la dignità che si merita il Gioco, attraverso l'idealizzazione del film.
Spero di trovarne una sulla mia strada, domani.

P.S.: dai commenti su IMDB intuisco che il film è una riproduzione esatta dell'originale Funny Games del 1997, "frame by frame"; se questo corrisponde a verità, la "rivelazione" del telecomando passa da "citazione" a trovata che da sola è in grado di reggere un film; o perlomeno, una commedia Americana

Una data storica

Venerdì 4 Dicembre; durante una delle sue escursioni psiconautiche nella dimensione frattale, l' anziano bambino noto come Jasper L. Thompson incappa in una forma estremamente familiare:



Arrivato a questo punto, potendomi definire senza ombra di dubbio "creatore di frattali", voglio fare una lista di tutte quelle forme di cui ho potuta riconoscere una corrispondenza nell'Ordine Naturale delle cose (o kosmos):
- forme concentriche (il sasso nell'acqua)
- forme sinusoidali e paraboliche (onde, d'acqua o elettromagnetiche, fiamme...)
- forme ramificate (alberi, fiumi, fulmini... uomini e animali)
- forme statiche (sfera: pianeta, stella, bolla d'acqua...)
- forme cellulari (sfere concentriche e variabili)
- forme lineari (cilindriche, o insiemi allungati: alberi, piante, fiori, peli, capelli...)
- forme organiche irregolari (organi interni e tessuti)
- forme organiche regolari (in cui si ripete una sequenza: foglie, conchiglie, fiori, spina dorsale...)
- forme irregolari composte (nuvole, nebulose, montagne, terreni...)
- forme spirali (gorgo, conchiglia, DNA)

Le prime forme riconoscibili del mondo naturale ottenute con il software Apophysis 2.8 3D-hack si sono rivelate essere anche le più primitive del regno animale, le più semplici strutture multicellulari marine, conosciute come celenterati: possiamo ad es. riconoscere diverse strutture assimilabili ad una fase qualsiasi dell'intero ciclo vitale delle meduse; tra tutte sono queste le creature più "eteree" -tant'è che sono trasparenti- e in questa loro qualità osserviamo il passaggio artificiale percorso nella mia ricerca tra le forme frattali, alla forma più grossolana, alla ricerca di "sostanze" che derivano dall'incidenza di una fonte luminosa su una superficie mutevole; come per la struttura ossea, che accomuna mammiferi, rettili e pesci (ed è pure facilmente riprodotta nella geometria frattale) queste variazioni della incidenza di un raggio luminoso virtuale sulle superfici permette di replicare ad es. la texture della roccia, della carne, della corteccia, etc., e quindi di ricreare anche la consistenza dell'elemento idrico, igneo, gassoso, con una infinita varietà di sfumature anche nella solidità di pietre, cristalli, metalli, vetro, etc., etc., etc.

Com'è evidente in queste osservazioni, per chi utilizza quotidianamente questo software -o simili- per la creazione di "fractal art" non è impresa ardua riconoscere come la così detta Manifestazione (che si consideri realtà, o illusione materiale) sia de facto una espressione geometrica frattale, una struttura multi-dimensionale che ha luogo Qui e Ora, all'interno di una sfera chiamata "tempo", in cui siamo continuamente sottoposti ad EFFETTI OTTICI.
La geometria frattale, che non sembrerebbe avere applicazioni migliori di quelle artistiche, per il momento, è il "principio logico" -più precisamente, matematico- che si coniuga con la meccanica quantistica nella disperata corsa alla Verità della logosfera Cattolica verso l'unica fonte accessibile, quella Tradizionale, Esoterica, e quindi Orientale; è la prevedibile reazione del pensiero umano sottoposto a millenni di barbariche menzogne, di schiavitù mentale e fisica; questo "riconoscimento" di quella realtà "fisica" di cui tutti partecipiamo nella sua Relatività più maiuscola e più comprensibile, come di una "visione olografica", avviene non per caso nell' epoca della Crisi Ecologica; ora possiamo vedere come la più sofisticata espressione della scienza matematica corrisponde alle più semplici forme esistenti in natura, ognuna e tutte; nelle forme frattali troviamo il Principio che accomuna l'uomo al Cosmo, così come le volute delle sue cervella alle nuvole, le sue vene ai fiumi della Terra, le sue ossa agli steli di una pianta... Per quanto ignota l'origine, per quanto incerto lo scopo, e del tutto sconosciuta la mèta finale, la nostra puerile coscienza in questo stato delle cose si rafforza di questa nozione elementare e super-sofisticata, che tutto è riconducibile ad Uno, e che ogni sua riproduzione, o ri-creazione, corrisponde ad ognuna e tutte le forme conosciute; ne abbiamo la certezza MATEMATICA.

Possiamo dunque riconoscere l'Uno, e anche in questa occasione non mi sembra proprio il caso di rispolverare quell' odioso, meschino archetipo della moderna tradizione nostrana; in un blog, ci limiteremo a riconoscere che questo Uno NON E' Zero.

Spambacking

Uno dei miei esercizi di Inglese preferiti è sempre stato quello di rispondere allo spam; come nei miei precedenti diari, incollo qui la copia dell'ennesimo messaggio con tentativo di pacco:


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Original message:

David Thorburn
Chief Operating Officer,
Clydesdale Bank.
E-mail :davidthorburn26@yahoo.com.hk

Greetings,

I am David Thorburn Chief Operating Officer, Clydesdale Bank. I am getting in
touch with you regarding the estate of a deceased client with similar last name
and an investment placed under our banks management 8 years ago. I believe
would be of interest to you.In 2000, the subject matter; came to our bank to
engage in business discussions with our private banking division. He informed
us that he had a financial portfolio of fifty million united states dollars
($50,000,000,00).i want you to stand as the bona-fide next of kin to the
desease.

My proposal; you share the same surname With our late client; We share the
proceeds 50% for me, 50% for you Should you be interested i shall provide you
with more details of this transaction.

I await your response.
davidthorburn26@yahoo.com.hk
Regards,
David Thorburn
_________________________________________________________________________________

THE ANSWER:

Dave,

possibly i share the same surname of your late client, but we are so many in this world!
Try again.

Faithfully yours,
Theodor B. Undisclosed-Recipients, Jr.

P.S.: DORK

02/12/09

Effetti ottici

Questa sera, il bel documentario di Discovery Channel, dedicato a Nostro Padre:


Secret of the Sun (2007)

non ci rivela nessun "segreto" sulle abitudini dell' Astro, ma ci fa riflettere sul fenomeno chiamato "eclissi": che allineato ad esso, rispetto all'Utenza solare terricola, la Luna appare quasi esattamente delle stesse dimensioni.


Neppure questo è un "segreto", o un "mistero", è una nozione astronomica piuttosto nota, ma, non avendone mai avuta notizia in questi termini non l'ho mai degnata di considerazione, così come in passato non ho mai considerata la "divinità" Solare -- cosa che la maggioranza dei terricoli continua a non fare.

Le dimensioni dei due corpi celesti appaiono talmente simili che dal fondo del cielo possiamo vedere soltanto la Corona del Sole che circonda la Luna; sappiamo che Sole e Luna non sono neanche minimamente simili, la luna è un sassolino rispetto alla Terra, e la Terra (12.760 Km di diametro) sta al Sole (1.399. 858 km) come la sfera di una penna rispetto ad un pallone da spiaggia...


In questo quadro, la Luna non è nemmeno visibile; ma nel magico momento dell'eclissi oscura completamente il disco Solare; è il più grande effetto ottico che si possa vedere da quaggiù; è una illusione. Che potrebbe avere qualche relazione con la possibile artificialità del "nostro" satellite, ma che in ogni caso questa sera mi appare improvvisamente molto più interessante di un "semplice" fenomeno astrale, rivelandosi appunto come "trucco", i cui unici spettatori interessati siamo noi.

Occhi di serpenti

Non c'è niente da dire, assolutamente niente di interessante nemmeno in questo terribilissimo, esecrabile

Already Dead di J. Otting (2007)

(scaricato per l'omonimia del tutto casuale con la canzone di Beck), a parte questo:

(Christopher Plummer)

01/12/09

Messaggeri di morte

Credo che questa roba:


Angels and demons di R.Howard (2008)

che è anche l'unico film a farci immedesimare nei panni del protone dentro il sincrotrone, sia in assoluto quello che mi rende più fiero della mia ricca vita multimediale pirata.
Tutto ciò che insegna di utile e di vero, in 138', è una delle più misere nozioni contenute nel ciclopico The Two Babylons di A. Hislop: che la festa di "Natale" è un relitto di quella pre-cristiana, del Natalis Solis Invicti. Angels and Demons, tratto da un best-seller di Dan Brown, è un film scritto da un Koepp e da un Goldsman. E l'ultima cosa che voglio -anzi, che vorrei- scrivere a proposito, è il commento dell'Utenza Americana, sempre da IMDB: "Needless to say I left the theater pleased at the movie in it's entirety".
Parafrasando Kurtz: "L'orrore...."