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19/05/11

The ultimate trip (in Italian!)

Enter the void di G. Noé (2010)
☻☻☻
Questo è il primo film di Noé recensito qui -dopo il greve Seul contre tous (1998) e l'infame Irréversible (2002)- a meritarsi più di uno smiley; e il motivo per cui sono tre e non quattro è che gli avanzi della macelleria, ostentata dapprima in ogni sua forma, sono relativamente pochi, e quasi tutti visti da sopra


ma ci sono, e l'insistenza dell'autore è ancora abbastanza fastidiosa da decurtare una buona parte degli effetti "astraleggianti" dell'insieme. 
Allo spettatore occorre una mezz'oretta tutta in soggettiva, per ambientarsi in una Tokio notturna, digitale e fosforescente vista attraverso gli occhi di Oscar:


dall'accento inconfondibilmente Americano, e condividere con lui un breve aperitivo psichedelico


dove ancora degli effettisti Francesi sanno riprodurre con esiti di grande suggestione  la mutevolezza della frattalità psichica, come pure in The Fountain (2006)... (Ma non sono gli stessi; questo è made in BUF)
Il tempo di scoprire che siamo spacciatori, e che -come capita nei film di spacciatori- il ns. migliore amico ci ha traditi, ed è già finita:


L'esperienza psichedelica -sempre in soggettiva- assurge allora, insieme colla MdP, a visione escatologica, e la suggestione è tale da rimandare a quella -più "cosmica"- del succitato The Fountain (il quale a sua volta, conoscendo di nome l'autore, potrebbe essere una conseguenza di questo); l'altro rimando inevitabile, in quanto thriller escatologico ad alto contenuto visionario, è al recente Jackson di The lovely bones; per fortuna, le affinità si limitano alla classificazione del sotto-genere.


Il film di Noé, perlopiù detestabile nelle sue prove finora visionate, è un'opera eccezionale in quanto esperienza audiovisiva; come premette Alex (un hopperiano Cyril Roy) parlando del Libro Tibetano dei Morti che ha molto previdentemente prestato a Oscar, "Death is the ultimate trip", e senza dubbio questa preview di un paio d'ore (scartando cioè la mezz'oretta di vita protagonistica iniziale) è una delle ricostruzioni più convincenti di un soggiorno terreno post-mortem che un blogger si possa immaginare.

Abbiamo visto come in Irréversible la MdP tendeva irrimediabilmente a rotolare per l'aere, fuori controllo; era l'unico fattore visivamente interessante del film, e siamo lieti del fatto che Noé abbia proseguita la sua ricerca verso l'alto -e l'altro- piuttosto che puntellare di nuovo la macchina al suolo per qualche nuova peripezia sodomitica. Oltre alla insistenza -non maniacale, ma alla lunga noiosa- sui coiti vari disseminati qua e là durante il trip, possiamo ammettere che uno dei punti deboli dell'operazione è che tanto vagare per l'aere


pur restando seduti, alla lunga stanca; e una volta immedesimati in qualche misura nel ruolo di spirito investigativo attraverso il tempo


dapprima seguendo una nuca rasata durante la sua crescita


dal tragico incidente stradale che ci rese orfani da bambini (warning, etc.)


sviluppando negli anni un legame di preoccupante strettezza con nostra sorella Linda

(che ovviamente poi trova lavoro come ballerina=)

anch'ella orfana, e poi finalmente liberi dal pondo (incenerito e saggiamente scaricato nel lavabo) attraverso lo spazio labirintico di Tokyo


e i suoi squallidi interni


dopo l'ora-e-mezza canonica da film assume le tinte fosche di una effettiva esperienza post-mortem, dove siamo già abbastanza psico-attivati da cominciare a preoccuparci per la durata del nostro soggiorno forzato in questo cine-purgatorio franco-nipponico... E' l'ansia tipica da trip, che si manifesta in misura adeguata alla verosimiglianza della visione: "Non torneremo mai più indietro? Vedremo per sempre questo film?"

Dovremo tornare ancora al simbolico "Love Hotel"


per notare che durante gli amplessi la gente emette fasci di fotoni


(financo nei rapporti orali

)

e immergendo infine la nostra mente libera nel grande mistero muliebre, per quella che è forse la prima scopata vista da dentro:


e in quella che sembrerebbe proprio essere nostra sorella Linda (quella che balla)


in un ennesimo, insistito va-e-vieni, potremo infine raggiungere le sue affettuose ovaie


per ricominciare tutto daccapo.


E questa è sicuramente una delle cose che il blogger cercherà di evitare con ogni mezzo in ogni possibile futura esperienza escatologica, come del resto avrebbe evitato volentieri un finale simile al termine di questo lungo trip filmico.

Giudizio: OBE.

P.S.: il Vero God's POV è ancora soltanto quello di Hitch.

P.P.S.: qui possiamo vedere la protagonista femmina Paz de la Huerta durante il provino per questa parte:


01/05/10

Basse frequenze

Rieccolo:

Irréversible di G. Noé (2002)

è ancora Philip Nahon, più laido che mai, e racconta di aver fatto qualche annetto dentro per la storiaccia con sua figlia.... nella scorsa puntata (V.)
Ancora, niente di buono per me.
Qui la MdP vaga roteando, rotolando nell'aere invece di fluire come fa in Russian Ark; è una visione impazzita, sballata, fuori controllo. Si posa a terra solo per costringere lo spettatore alla visione dello stupro anale della Bellucci nel sottopassaggio; quindici minuti di sosta forzata, decisamente spiacevoli. Questa mania del moto circolare della macchina mi ricorda quella che prese Zulavski inPossession; film altrettanto selvatico, ma decisamente più sottile, e interessante... dove peraltro c'era una spiacevolissima scena ambientata in un sottopassaggio... Mmhh...

Questo film è diventato famoso per la scena qui sopra (con tanto di salsicciotto elettronico) e per la scena dell'estintore:

Io personalmente non ne andrei fiero; e il fatto che siano piani-sequenza lunghi "come quello di Touch of Evil" non è un termine di paragone ragionevole. Né lecito. Mi sembra un film estremamente naive, abborracciato, selvatico, dove l'unica idea degna di tale nome è quella di averlo montato alla rovescia.

Il trucco delle bassissime frequenze (abbastanza subdolo) invece sembra piuttosto à la page.
En France.
Dans l'horreur.

Non mi aspettavo di meglio da Noé, dopo Seul contre tous, ma a dire il vero non mi aspettavo niente in particolare. E l'ho avuto.
Giudizio: gay.

16/01/10

La mente del macellaio

Se il nostro buon macellaio, "un uomo come tanti altri", avesse visto Mordum con me, l'altra sera, probabilmente questo film sarebbe più movimentato:

Seul contre tous di G. Noé (1998)
☻

perché sicuramente la mente di un uomo che ha tagliato pezzi di cavallo per 20 anni e che trovandosi in ristrettezze economiche pensa solo a "una buona bistecca" è quel genere di mente che troverebbe in quel genere (peraltro unico) di film una fonte di ispirazione, e non uno spunto di riflessione; l'immagine qui sopra è tratta dalla sequenza del suo sogno.

E questo è lui, il monolitico Philip Nahon. Il macellaio è l'incarnazione del materialismo, così come la dieta carnea è una sorta di perenne intossicazione che modifica l'organismo e il pensiero umano; ne ho la certezza, dal giorno in cui ho deciso di astenermi dalla carne e ho seguita l'evoluzione di questo distacco, riavvicinandomi sempre di più all'ordine naturale delle cose; il che equivale ad una emarginazione più o meno totale, in un qualsiasi habitat urbano. Probabilmente anche questa odiosa abitudine, del divorare altre creature animali sensibili, è parte del disegno per tenere lontana la gente dalla Realtà non-materiale (e non "metafisica") che corrisponde alla favoleggiata "verità"; lontana dalla bellezza paradisiaca di una entità planetaria che oggi milioni e miliardi di persone si accontentano di vedere rinchiusa nel recinto di un parco, o in qualche bosco nei weekends... o in televisione.

Gli scenari di Seul contre tous sono tutti scorci grigi, deserti e desolanti della periferia Francese, in cui il nostro si sposta dal Nulla degli anni '80 diretto verso il Niente dei '90 ; cinquantenne, solo, disoccupato e armato, è una bomba umana a orologeria che ci racconta della sue delusione totale e delle sue annose miserie infiocchettate con un eloquio da osteria, e alla fine esplode in una breve visione orrorifica e una valanga di pensieri senza senso e domande senza risposta.

Affamato e rabbioso, attizzato dal rosso sfuso, conserva i suoi tre proiettili per un doppio gran finale a sorpresa che purtroppo, data la mia natura previdente, mi sono anticipato di qualche minuto; quanto basta per rovinarmelo. Ma non mi lamento per questo.

Non so se questo tipo di catarsi risulti facile al pubblico francofono; se il sentirsi raccontare il disastroso passato e i pessimi propositi di un macellaio che prende a pugni nella pancia la sua donna incinta, medita di sparare al barista e di violentare la figlia handicappata sia in qualche modo edificante; in A.U.M. (acronimo accidentale?) abbiamo visto come, al contrario, l'esposizone di tanta carne di cui disporre per gli scopi più malsani possa coinvolgere suo malgrado l'utente, a livello metabolico, per costringerlo a vedere oltre l'insopportabile illusione fisica e oltre l'apparente follia criminale delle immagini.
Per quanto mi riguarda, pur apprezzando pienamente il lavoro registico, scenografico, fotografico, e il tour-de-force del protagonista su cui si regge l'intera vicenda di S.C.T., non sono riuscito a trovare altro che il pretesto per un breve sermone vegetarianistico.
Non è un granché.

P.S.: ma c'è una nota positiva anche qui: è il terzo film di seguito in cui i protagonisti non hanno nome