16/01/10

La mente del macellaio

Se il nostro buon macellaio, "un uomo come tanti altri", avesse visto Mordum con me, l'altra sera, probabilmente questo film sarebbe più movimentato:

Seul contre tous di G. Noé (1998)

perché sicuramente la mente di un uomo che ha tagliato pezzi di cavallo per 20 anni e che trovandosi in ristrettezze economiche pensa solo a "una buona bistecca" è quel genere di mente che troverebbe in quel genere (peraltro unico) di film una fonte di ispirazione, e non uno spunto di riflessione; l'immagine qui sopra è tratta dalla sequenza del suo sogno.

E questo è lui, il monolitico Philip Nahon. Il macellaio è l'incarnazione del materialismo, così come la dieta carnea è una sorta di perenne intossicazione che modifica l'organismo e il pensiero umano; ne ho la certezza, dal giorno in cui ho deciso di astenermi dalla carne e ho seguita l'evoluzione di questo distacco, riavvicinandomi sempre di più all'ordine naturale delle cose; il che equivale ad una emarginazione più o meno totale, in un qualsiasi habitat urbano. Probabilmente anche questa odiosa abitudine, del divorare altre creature animali sensibili, è parte del disegno per tenere lontana la gente dalla Realtà non-materiale (e non "metafisica") che corrisponde alla favoleggiata "verità"; lontana dalla bellezza paradisiaca di una entità planetaria che oggi milioni e miliardi di persone si accontentano di vedere rinchiusa nel recinto di un parco, o in qualche bosco nei weekends... o in televisione.

Gli scenari di Seul contre tous sono tutti scorci grigi, deserti e desolanti della periferia Francese, in cui il nostro si sposta dal Nulla degli anni '80 diretto verso il Niente dei '90 ; cinquantenne, solo, disoccupato e armato, è una bomba umana a orologeria che ci racconta della sue delusione totale e delle sue annose miserie infiocchettate con un eloquio da osteria, e alla fine esplode in una breve visione orrorifica e una valanga di pensieri senza senso e domande senza risposta.

Affamato e rabbioso, attizzato dal rosso sfuso, conserva i suoi tre proiettili per un doppio gran finale a sorpresa che purtroppo, data la mia natura previdente, mi sono anticipato di qualche minuto; quanto basta per rovinarmelo. Ma non mi lamento per questo.

Non so se questo tipo di catarsi risulti facile al pubblico francofono; se il sentirsi raccontare il disastroso passato e i pessimi propositi di un macellaio che prende a pugni nella pancia la sua donna incinta, medita di sparare al barista e di violentare la figlia handicappata sia in qualche modo edificante; in A.U.M. (acronimo accidentale?) abbiamo visto come, al contrario, l'esposizone di tanta carne di cui disporre per gli scopi più malsani possa coinvolgere suo malgrado l'utente, a livello metabolico, per costringerlo a vedere oltre l'insopportabile illusione fisica e oltre l'apparente follia criminale delle immagini.
Per quanto mi riguarda, pur apprezzando pienamente il lavoro registico, scenografico, fotografico, e il tour-de-force del protagonista su cui si regge l'intera vicenda di S.C.T., non sono riuscito a trovare altro che il pretesto per un breve sermone vegetarianistico.
Non è un granché.

P.S.: ma c'è una nota positiva anche qui: è il terzo film di seguito in cui i protagonisti non hanno nome

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