26/12/09

Piggy in the mirror


Mi chiedevo come mai la produzione di un certo Allen del film tratto dal romanzo di un Golding, potesse capitare in mano ad un mr. Brook, Inglese considerato uno dei più grandi registi shakesperiani di sempre; poi mi è venuto in mente di un famoso Brooks ebreo (Mel) e allora ho fugati i miei dubbi leggendo su "All about jewish theather" dei suoi genitori, immigrati Russi a Londra...
I conti tornano.

Il film in questione è ovviamente:


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dove il mito del Buon Selvaggio -e tutti i possibili significati allegorici che vanno oltre il più banale e accessibile all'utenza (uccidere i porcellini per mangiarli è giusto, uccidere Piggy è sbagliato - a meno che non sia quella dei Muppets - perché non si può mangiare)- deve passare per il filtro della moderna confabulazione mitologica tradizionale condivisa da Giudei e Gentili e derivata dai libri della Torah (Pentateuco) in cui compare anche il simpatico Signore delle Caccole qui reinterpretato in chiave scolastico-post-bellica. Tutto quello che ha da dire Lord of the flies lo dice in una sola frase uno dei bimbi meno loquaci del gruppo -e dall'aria non troppo furba- a proposito dell'esistenza di una fantomatica "Bestia": "What I mean is... Maybe is only us."
E' proprio tutto qui; l'esattezza della sua affermazione viene poi esposta con dovizia di particolari, con tanto di chiappette nude fustigate che avranno sicuramente fatti incazzare molti preti spettatori. Ma non mi sembra che ci sia nient'altro di rilevante, riguardo il tema trattato.

Come osservava l'altra notte Sam Fuller, anche qui il bianconero rende estremamente realistica la natura selvaggia dell'isola, in un opera fotograficamente eccelsa nel 1963 e notevolissima ancora oggi, affiancata alla improvvisazione degli attori non-protagonisti:


funestata solo da uno strano doppiaggio che non mi aspettavo certo in una ver.or, il quale dà una strana sensazione di macchinosa teatralità a questi ritagli di sessions puerili naturistiche su una scena altrimenti incontaminata.

Ancora a proposito di "beasts from the sea", e cattivi selvaggi, colgo l'occasione per recensire brevemente l'ennesima delusione ricevuta l'altro giorno, purtroppo da un film certificato Aussie, l'inverecondo


Long Weekend di J. Blanks (2008)

dove Gesù Cristo risorto, sbarbato e abbronzato, porta la sua signora ad una vecchia spiaggia diroccata Australiana dove potrà bere whisky e birra, fumare sigarette e abbandonare sacchetti di plastica che puntualmente soffocheranno un cucciolo di dugongo; il classico esempio di Cattivo Selvaggio Cittadino, il prototipo del turista globale. Tirando in ballo per l'ennesima volta il mostro simbolico made in Israel, la bestia degli abissi, qui si cerca di rimodellarla in guisa ecologica come Vacca di Mare, madre disperata del cucciolo implasticato in cerca di vendetta; con un dettaglio inquietante ma incontrovertibile:


che lei stessa è di plastica.

Cercare di focalizzare poi su questo patetico zimbello l'orrore dell'isolamento e le incertezze della separazione, è un'impresa disperata in cui nemmeno il Messia Gibsoniano può riuscire; sarebbe forse stato meglio sottolineare l'artifizio polivinilico della Povera Bestia e puntare tutto sull'ironia, ma il film inizia male e finisce peggio, con l'unica sequenza degna di nota nel finale:


(warning: bloody spoiler!)

quando il superstite della coppia -interpretato da un manichino di JC Penny ripieno di vernice rossa- viene inavvertitamente macinato da un Mostro della Strada; guarda caso, lo stesso simbolico mostro che Spielberg aveva usato per interpretare il moderno Leviatano nel suo classico The Duel, prima del successo internazionale di Jaws...

Ma questo lo sapevamo già da molto tempo, non c'è modo di parlare di un giudeo senza parlare di una qualche bestia; nel caso particolare, come ha notato anche lo IMDB user, l'unico che -almeno in senso figurato- si salva qui è il cane. Cane in senso letterale, si intende, senza allusioni alla brutalità recitativa dell'ex-Nazareno in versione Big Jim.
Un altro film che non è "da dimenticare", ma semplicemente mi riuscirà molto difficile ricordare.

Deja Vu - il Culto della Resurrezione Ludica

Un bislacco veterano del Vietnam decide improvvisamente di abbandonare la guida del veicolo che sta conducendo -con un passggero a bordo: la sua azione si risolve in un disastroso ruzzolone per la strada. L'utenza Italica avrà subito identificata la scena con quella di


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dei f.lli Coen. Ma c'è un particolare da tenere presente: che la medesima sequenza, che corrisponde perfettamente alla descrizione di cui sopra (la differenza più ovvia sta nel mezzo di locomozione) appare in un' opera che non è mai stata distribuita nel Belpaese:

Up in smoke di L. Adler e T. Chong (1978)
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il secondo film Natalizio, con cui faccio le ore piccole attraversando il giorno, inconsapevolmente.

La cosa che più mi urta, di questo deja-vu, è il fatto che dieci anni fa decisi di vedere Big Lebowski subito dopo averne visto uno spezzone in TV: nella sequenza, il protagonista del film lascia cadere il mozzicone di un joint tra le proprie gambe, mentre guida la macchina:


in preda al panico, decide di usare la birra che sta bevendo per spegnere il mozzicone:


mentre l'auto inizia a sbandare pericolosamente:


Quella scena mi aveva fatto ridere abbastanza da spingermi a vedere tutto il resto, e infine Big Lebowski è stato uno degli ultimi film per cui ho pagato un biglietto all'entrata di un cinema.
Questa sera non ho pagato nulla per vedere questa scena, dove uno dei 2 protagonisti del film lascia cadere un pezzetto di hascish incendiato tra le gambe dell'altro, che guida la macchina:


in preda al panico, decide di usare la birra che sta bevendo per spegnerlo:


mentre l'auto, eccetera eccetera:


Ora, io non so come vengano considerate in generale le trovate comiche, le così dette gags visive che muovono al riso lo spettatore, ma suppongo che almeno all'interno di un film di genere "commedia" abbiano una certa importanza; e il fatto che due delle gags più esilaranti di Big Lebowski siano apparse sugli schermi esattamente venti anni prima, grazie al genio di Tommy Chong e Cheech Marin, mi dà molto a cui pensare.
Sugli ebrei, in particolare. Ancora, i maledetti ebrei; che hanno trasformato il culto Solare nel culto più uggioso e triste della storia umana; che hanno trasformato gli dei in divi del cinema.
E che copiano una vecchia commedia mai distribuita in Italia, per produrre quello che da noi è considerato -non per caso- un cult movie...

No, non voglio che il mio lettore pensi ah, che razza di paragone, accostare i mass media alle sacre scritture; voglio che pensi a cosa considerano importante le genti di oggidì, e non a quello che si crede importante, ma quello che fa parte delle loro abitudini quotidiane, quello che si vive, e non quello che si "pensa"; se prima di andare a letto coloro dicono la preghierina, o se invece si addormentano mentre guardano il (tele)film della notte.

Voglio concludere questa riflessione con le parole di un nasuto beone Teutonico; quello che ho visto prima, nel disperato (anche cinematograficamente) e malsano Woyzeck di Werner Herzog:




ADDENDUM (26.12.2015):

Se non bastasse questo post sul genio mosaico e sulle origini del personaggio-film Lebowski, dove vediamo il vero (e proprio) "dude" da cui i Coen hanno tratto "The Dude", ricordiamo il film di Terry Gilliam The Fisher King (1991) dove lo stesso Jeff Bridges veste i panni del DJ Jack Lucas, un "dude" che si rolla il joint 


se lo spipazza

sfondando la 4a parete

e non disdegna i lunghi bagni caldi (immediatamente dopo)


...se dovessi scegliere una colonna sonora per questa scena, opterei per un canto di balene...

25/12/09

Natale Selvaggio

Finalmente, come regalo di Natale, mi capita un bel film:


Where the wild things are di S. Jonze (2009)
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e ancora una volta, la fiaba con un bambino protagonista è tutt'altro che una storia per bambini; ma ogni intenzione apologetica e ogni spunto di riflessione non giustificano mai la noia o la pretenziosità di un film, e non è proprio questo il caso. E' un film quasi perfetto, e per questo il suo difetto maggiore mi irrita più che mai, benché sia di fatto un eccesso: si tratta infatti di quello che in gergo cinematografico chiamano "overscoring", a cui personalmente preferisco la laconicità sonora di certi Europei. Ma non si può avere tutto.
E poi, c'è anche una canzone di Daniel Johnston (!!!)


Anche qui si parla di archetipi, in part. quella versione mostruosa del Buon Selvaggio che qualche utente cine-letterario può ricollegare al King Kong di Wallace e a qualche sua riduzione per lo schermo. Ma qui non c'è una Bella a uccidere la Bestia, nessuna ovvietà sessuologica oltre "il mostro" (o il mostrare) stesso, e tanto per cambiare non muore nessuno; un altro punto a favore. Nondimeno, concordo pienamente con l'autore del libro, Maurice Sendak, secondo il quale la sceneggiatura espande ed approfondisce la sua storia. Non concordo invece con quegli utenti che vedono nell'omissione della foresta cresciuta nella stanza di Max come un affronto imperdonabile; del resto, chiunque si può vedere gratuitamente la trasposizione della fiaba parola per parola, nella versione corta quasi-animata del 1973, per conoscere quanto poco manca, e quanto invece è stato aggiunto.

Lo so, è terribile quanto la mente infantile differisca da quella degli adulti, e quanto la mia -di bambino più vecchio del mondo- da entrambe; ma devo ammetterlo, ogni tanto è bello vedere un film con tante facce simpatiche.

24/12/09

Mighty Joe Black

Allietato dalla Crema Afghana dopo oltre tre mesi di ordinarie porcherie, posso finalmente apprezzare l'atmosfera festiva che come sempre contrasta con il malumore stagionale, e mi vedo due film di fila. Il primo:


Moon di D. Jones (2009)
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paradossalmente mi riporta in un passato in cui non perdevo l'occasione di indossare una tuta da meccanico (truccata da tuta da film SCI-FI, con tanto di strappo insanguinato su una gamba), di aggiustare il mio droide ricavato da un fustino di detersivo, o di consegnare all'entrata il mio coupon per un bagno caldo... Erano i tempi in cui scrivevo "Old Women", un racconto lungo imperniato sulla strage dell'equipaggio di un cargo spaziale da parte di un gruppo di robot con sembianze da vecchie signore. Nella successiva trasformazione in soggetto filmico, si prevedeva che il tutto fosse già avvenuto, e che l'intera durata del lungometraggio descrivesse la vita quotidiana dei sopravvissuti a base di sesso, droga e rock n'roll; inutile dire che a quei tempi non solo non avevo un indizio valido sulla realtà del sesso, e l'unica droga che usavo oltre il caffè erano le sigarette, ma addirittura non ascoltavo il rock n'roll, dato che la mia colonna sonora abituale erano le colonne sonore dei film... Solo un istante prima di cadere nel vortice degli anni '30...


Moon è un film che mi ricorda vagamente quell'idea di film, compresa la clonazione che era un elemento determinante nella storia originale; anche qui non succede poi molto, ma è avvertibile una passione per la messinscena fantascientifica che visualmente omaggia qualsiasi pellicola anni '70/80 del genere, da 2001 (con Mozart al posto di Strauss) a 2010, ad Alien, a Outland, e via fantascemando.


Bellino a vedersi, con una trama abbastanza originale da non rimpiangere di averlo visto, mi capita in una copia con un audio miserabile.

Il secondo film:


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è un documentario Canadese che riassume brevemente "la vera storia del Proibizionismo" e ci introduce ai misteri della verdissima British Columbia, dove sembra che metà della popolazione si dedichi alla coltivazione indoor. Ben documentato, brillante, con abbastanza materiale e un montaggio abbastanza agile da ammortizzare pienamente i 99' di durata, The union (link al sito ufficiale) è uno di quei film che rigirano questo coltello in questa piaga resa insanabile dai governi di mezzo mondo; possiamo solo sperare che, come conclude il Dr. Lester Grinspoon, la Grande Bugia non possa venire supportata o sopportata più a lungo; ma intanto festeggiamo 72 anni di proibizionismo, fumando questo costosissimo preparato medicinale, e illegale.
Che siate maledetti, governanti terricoli; prima o poi perderete la faccia, e non la ritroverete più.

p.s.: il titolo è strettamente personale

22/12/09

Grosso guaio sul set del futuro


Chinatown di R. Polanski (1974)
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Nessuno ha mai pensato che la foto del finale a sorpresa di Shining -dove Jack Torrance si scopre tra gli invitati al party del 4 Luglio 1933- potrebbe essere stata scattata "in realtà" al suo predecessore filmico, Jake Gittes?




About changing some scene in the movie, let's hear the discombabulating revelation by mr. Polanski himself on Youtube: "For example, when Gittes is photographing on the roof the couple downstairs, and I wanted to see the reflection of it on the lens of his Leica (...) a lot of discussing in which way to put it, to put it upside down or the way it is... the lens normally reflect upside down... and I thought for the audience's sake we won't put it upside down... Today I would definitively put it upside down."

Now, would THAT be a great idea? Look at these pictures:







I don't know what kind of lenses they put on Leicas, neither in the 30s nor in the 70s... Of course, today it would come out as kinda original idea.
Anyways, here's the possible result just as R.P. wants, in case he decides to remake the movie, so he can see I'm ready for my job as production designer; or whatever


I just don't care about anything that anyone else could call "reality" -- not to tell about "realism".
When I saw Chinatown for the first time I was about 15, and I used to live in the 30s already; it was a weird moment indeed. I was deeply in love with Paper Moon, which still remains one of my all-time favourite movies, and there is a single guy that links the two things:



John Hillerman

Tonite I've finally read the Truth about this issue: that "Peter Bogdanovich turned down the chance to direct" Chinatown.
NOW I understand.

20/12/09

Black and white is more realistic

Ho avuto quattro poster di film appesi in camera, nel corso del tempo: il primo, "Easy rider", quando non avevo mai visto il film e non avevo mai fumato un joint; il secondo, "A clockwork orange", quando avevo letto il libro di Burgess, ma ero lontano dai 18 anni che servivano per vedere il film al cinema (e bere latte e mescalina); l'ultimo che ricordo era "Liquid sky", quando non avevo mai nemmeno sentito l'odore dell'eroina.
Il terzo poster di questa sequenza cronologica era quello di


Der Stand der Dinge di W. Wenders (1982)
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Se mi sembra incredibile averlo visto 27 anni fa, quello che mi sembra del tutto inaccettabile è che già allora avevo l'età, il movente e ogni occasione per abusare delle orribili droghe legali pubblicizzate qui, come nella gran parte dei film contemporanei:


alcool, e tabacco -- anzi, sigarette, che è tutt'altra roba

Der Stand è soprattutto un film bello; e nel frattempo abbiamo scoperto che questa non è la caratteristica precipua di un bel film; ma è -anche- un film in bianconero, e come ci ricorda Sam Fuller (as Joe) questa qualità rimane per me quella che contraddistingue la realtà corsiva di un "uomo di cinema" dalla realtà comune, ordinaria, di miliardi di spettatori. E' un tipo di "realismo" che sicuramente andava per la maggiore fino agli anni '60, cioè prima della mia nascita; questo è probabilmente il mio paradosso più estremo, quello anacronistico, se non bastasse il desiderio di fare un film pur non essendo ebreo, non conoscendo ebrei, non vivendo nella contea di L.A. e non avendo qualche milione sotto il materasso; di fare un film in bianconero.


Ventisette anni dopo la prima visione, non ho nessun poster di nessun film sulla parete, ma in compenso ho visto molti più film (pirati) di quanti ne avrei mai potuti vedere attraverso cinema, tv, vhs e dvd messi insieme; l'unica cosa che sono riuscito a fare in questo campo artistico, in tanti anni, è quel Qualcosa che descrive la mia stessa condizione di prigionia nell'Ordinario che esprimo qui e ora nel blog; e dunque l'unica cosa buona che ho fatto, e che ho ancora intenzione di fare, è un film in bianconero. Strano, come lo Stato generale delle Cose sia perlopiù lo stesso; perlomeno, ho smesso di fumare le sigarette, e ho scoperto qualcosa di molto meglio dell'alcool.

19/12/09

E le fante?

Non ho ancora trovato un perchè di questo titolo:


Elephant di G. Van Sant (2003)
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ma la prima cosa che leggo, l'Utente di IMDB, è illuminante: "On top of all this, the pacing is superb, slowly building up the almost unbearable tension. When it is finally released, the explosion hits you with a frightening energy that is as unforgettable as it is chilling. "

Non lo so, non capisco. Non c'è niente di simile a una tensione qui, per me. Niente che assomigli al pathos, e quindi alla catarsi. La sospensione voluta dall'autore è talmente efficace che osservo il tutto come esercizio di stile, e quello che apprezzo di più è il time lapse (opera di Eric Edwards) delle nuvole -- come in Chopper, solo che lì c'era un personaggio simpatico.

Sappiamo che il film tratta della strage di un liceo simil-Columbine, e abbiamo già visto il film di Moore; sappiamo che vedremo "un giorno qualsiasi a scuola", come recita la tagline, e che prima o poi succederà qualcosa di abbastanza prevedibile. Infatti, vediamo un giorno qualsiasi a scuola, e poi (non prima) succede ciò che era previsto. Fine del film.


Quello che ho apprezzato, oltre il time lapse, sono la steadycam puntata alle spalle, e il montaggio a cura dello stesso Van Sant; la qualità della visione è iperrealista, il montaggio non-lineare riesce a dare un'impronta surrealista, con risultati apprezzabili; probabilmente non starei scrivendo di questo film, se non per via del montaggio; ed è la solita storia di Van Sant, c'è sempre qualcosa nei suoi film per cui valgono una menzione speciale, ma ancora una volta non è il film stesso.
Dovrei dire che canzoncine come il "Chiaro di Luna" e "Per Elisa" come colonna sonora sono efficaci, e non mi pare che Beethoven sia mai stato abusato cinematograficamente; ma è anche vero che sarebbero ugualmente efficaci in ogni caso, e in qualunque film. Quella è arte.

P.S.: il perché del titolo è qui: http://en.wikipedia.org/wiki/Elephant_(film)
In un remake italiano, potremmo adattarlo al gioco di parole del mio titolo, con i due sparatori in mensa che non trovano le loro bevande preferite, e scatenano l'inferno.

P.P.S.: perché invece le sonate al pianoforte siano state alzate di quasi un semitono rimane un fittissimo mistero

18/12/09

ἀποκάλυψις

Un'idea mi ha attraversata la mente oggi, mentre ascoltavo questo sospetto ovni "imitare" il motore di un cessna, e ripensando ai "falsi aerei" visti dal vivo di recente, e alle migliaia di avvistamenti di cose di ogni sorta riprese nei cieli, in part. ai tanti oggetti volanti sempre più decisamente non-identificati, che non rientrano cioè nella categoria dei "dischi", lasciandoci scorgere istanti di un universo sempre più vasto e sempre più ignoto: il fatto è che grazie alla tecnologia digitale a basso costo oggi la stragrande maggioranza degli utenti può riprendere qualsiasi cosa in ogni momento e in ogni angolo del mondo, e lo fa; sono ormai decisamente troppi i video e le fotografie di queste apparizioni, e alcuni famosi avvistamenti di massa (come le luci di Phoenix, l'eclissi del 1991, le "flotillas", etc.) per lasciare qualche alternativa verosimile allo scettico. L'idea è questa, che migliaia di casi simili registrati in tutto il mondo e diffusi attraverso la rete vanno ben oltre le informazioni esclusive del settore e l'occasionale programma televisivo; che stiamo vivendo giorno per giorno un momento storico Apocalittico (di rivelazione) in cui si vedono e si mostrano quotidianamente immagini che fino a ieri appartenevano alla pura fantascienza; dove vediamo cieli che pullulano di astronavi d'ogni forma e dimensione, e anche i più dubbiosi devono prendere atto della dimensione sconcertante di questo fenomeno, che -dicono- ha raggiunto il suo apice nel 2009. In questo momento, Qui e Ora, malgrado l'eccesso di informazione, nessuno al mondo sembra saperne niente; benché sia più facile vedere il video di un "ufo" che non quello di una donna nuda o due (il che è tutto dire) non ne sappiamo più di prima, e ancora c'è chi si chiede se "esistono", e ancora c'è chi non ci crede affatto.
E' una riflessione ancor più interessante dal punto di vista dello Scettico Assoluto, Jasper L. Thompson, a cui riesce difficilissimo credere in sé stesso.
E non c'è una sola conclusione che possa considerare valida.

17/12/09

The mistery man

Harry Dean Foster è uno dei miei attori preferiti; stasera lo rivedo in


Paris, Texas di W. Wenders (1984)
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e rimane lo stesso mistero; non è talmente bello da oscurare il mio pensiero critico, non oserei nemmeno menzionare quell'aggettivo nel suo caso; non sembra in grado di possedere un carisma, o qualcosa del genere; è un uomo che non mi stupirei di veder scendere dal furgone di qualche compagnia di spedizioni per fare una consegna, o con una divisa da vigile urbano, oppure a servire ai tavoli di una pizzeria; non lo so, potrebbe essere questo il grande segreto, la sua prorompente, cosmica mediocrità. Di sembrare un uomo qualunque; chiunque; tutti E nessuno.
Di fatto, H.D. è comparso in qualcosa come 170 produzioni cine-televisive, dal '954 a oggi, e pur senza grandi ruoli da protagonista troviamo il suo nome in alcuni tra i più famosi titoli della fine del secolo scorso, da "Pat Garret & Billy the Kid" a "Il padrino II", da "Alien" a "1997: fuga da New York" a "Il miglio verde" a "Paura e delirio a Las Vegas" attraverso la "riscoperta" di Lynch che gli ha affidato alcuni ruoli significativi fino ad un cameo che vale da solo tutto un film, in "The Straight Story".
E' apparso in "Bonanza", "Rintintin", "Gli intoccabili", serieTV che abbiamo guardato noi, dopo i nostri genitori e i nostri nonni, ed è apparso in un film molto più prossimo alle generazioni successive come "Alpha dog"; non c'è nessun dubbio sul fatto che H.D.Stanton sia un pezzo da museo vivente, una reliquia ambulante la cui caratteristica più palese e paradossale è di essere sempre sembrato lo stesso; persino in uniforme da soldatino qui sembra un vecchio truccato:



Pur non avendo mai interpretato ruoli da "duro", dato il suo aspetto "dropping" e "wheater-beaten", lo vedo come una roccia umana; per cui la minima increspatura che compaia sulla sua superficie è in grado di irradiare una sorta di emozione primordiale, incomprensibile, e irresistibile.
Quella in Paris, Texas è una delle sue rare prove da protagonista, e per qualche gioco del destino, o per una geniale scelta del casting il personaggio di Travis assomiglia moltissimo ad una idea romantica ed eroica che l'utente filmico può essersi fatta di quest'uomo, quella di un viaggiatore, di un tranquillo avventuriero dal passato sterminato, che sembra pronto a schiacciarlo da un momento all'altro: quello che ha combattuto a Okinawa, il testimone alle nozze di Jack Nicholson che dopo il divorzio ha diviso l'appartamento con "the king" ...


Credo che più di qualunque altra famosa star di Hollywood, come il suo amico Re, gran parte della sua grandezza dipenda dalla sua abitudine -come egli stesso ammette- di recitare sé stesso; forse è tra i pochi che abbiano intuito cosa davvero significhi , e tra i pochissimi che abbiano avuta la possibilità di farlo. Infine, il grande mistero di H.D.Stanton non si risolve poiché è il mistero stesso dell' essere umano, che troviamo espresso in questa sua frase: "I learn about myself. There is no self. You learn you're not a self. You learn you're nothing. Ultimately. Hopefully."
Essere questo consapevolmente non è proprio da tutti, neanche nei film.

15/12/09

Let's Luciferate


"Heavy lies the crown... sort of thing" dice "Re" Jack al nuovo Faccia d'Angelo (ma è un'ironico eufemismo) Leo Di Caprio


di quale corona sta parlando, della maestà di Hollywood? Corona è un termine che ritroviamo intatto nella sua antica radice Medio Orientale KRN, in tutte le lingue romanze (crown, Krone, couronne) e nel Greco κορώνα; il Maestro insegna che è la stessa radice di "corno"; lo ritroviamo trasformato come si conviene, in "cheratina". La sostanza di cui sono composti capelli e unghie.

Ora, riguardiamo le due immagini.

The departed è un film in cui si vede tutto il mestiere di Scorsese; si vede, anche, che il cinema può essere un mestiere; questo non è un bene, per un film, e questo tipo di mestiere non mi piace. Non mi è mai piaciuto Scorzese e non mi è piaciuto questo ennesimo super-violento ritratto della malavita Americana, dove almeno per una volta non ci sono paesani di mezzo. Non mi piace Leo di Caprio, non mi piace Matt Demon, non mi piace Alec Baldwin, e proprio non mi piace questo ennesimo capolavoro della brutalità Italo-Americana in formato 35 mm.

Sarei davvero grato a mr. Scorlese se una volta tanto si accorgesse che il retaggio dei Paesanos non deve obbligatoriamente ricordare Al Capone, Frank Costello o Francis Ford Coppola -cioè, il Padrino- che esistono che so, i Michelagnoli, i Canova, i Tintoretti, i Giotti, e un sacco di altri simpatici Cumpà di un certo rilievo, che varrebbe la pena tirare in ballo più di un Frank Sinatra o di un Cozzamara. Che il bel gioco dura poco, e il suo che non era granché in partenza dura da trent'anni, e che è sempre peggio; ma questo va contro l'opinione pubblica, quindi lo scrivo a me stesso, nel mio blog privato. Se poi la produzione del suo cinema è affidata al racket dei film di gangsters di New York, come sembra sempre essere (in part. ne "L'età dell'innocenza"), che affronti la cosa come fanno i suoi eroi, e che si immoli gloriosamente in nome della libertà e della biodiversità filmica. Noi, amanti del Cinema Puro (e per questo particolarmente schizzinosi quando si continua a insistere sullo stesso punto, perché il cinema come ogni altra e + di ogni arte è ricerca) gli saremo eternamente grati.

In quanto a Jack, che dire, non sono certo io che mi devo giustificare per una star multimiliardaria di Hollywood che si è divertito come sempre oltremodo nel fare la parte dello spietato boss per un famosissimo regista di New York, come sempre strapagato per farlo; francamente, tutto quello che mi chiedo è fino a che punto vogliono arrivare, cosa mi troverò a scrivere sul cinema -che era e potenzialmente rimane la mia arte preferita- dopo avere evitato di giustificare Jack Nicholson per il suo ruolo in questo film.

Dopo le 12.000 4-letters-words acoltate qui, che si assommano a milioni con i precedenti malavitosi -e cinematograficamente criminali- lavori di Scortese, e tenendo presente la mia ultima nota riguardo la lingua Inglese, l'unica cosa che mi verrebbe spontantea è (sort of) FUCK YOURSELF, ma la spontaneità non è cosa che si addica ad un blogger. Quindi,



Things to do

Recently I'm getting aware of the fact that i 'm in love with the English language; I also happen to dream in English, at least in some dialogue. This morning I was in a room with someone else, whoever they were they were Italians; I remember Alex, but I couldn't say if it was he speaking English. Anyways, someone told me something about "to luciferate". I don't know about the issue, guess we were kidding, but I have to admit that the verb is somehow interesting; now that I know of this possible action, I think I couldn't prevent myself from doing something like that.
I must luciferate.

11/12/09

Jack, the Man

In un film triste, povero, decente come questo


The last detail di H. Hashby (1973)
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dove tre marinai ubriachi viaggiano per tutto il tempo su scenari innevati e desolanti, si può intuire perché Jack Nicholson è una star; non un grande attore, e non un divo, ma una star.
Il film di Ashby è un altro apologo anti-bellico, ed è un film molto anni '70 che secondo l'utenza di IMDB è un capolavoro sottovalutato oppure una schifezza; io sto nel mezzo, ma credo che senza una star nel cast oggi nessuno al mondo si porrebbe il quesito, perché nessuno se ne ricorderebbe.
E' un film semplice semplice, quasi-naif (e non naive) che nella sua pochezza lascia il campo libero al super-gigione hollywoodiano; la bravura di Nicholson qui sta nella sua misura, e vediamo allora che la sua misura è stellare, in senso cinematografico. Nell'America glaciale e oscura del Vietnam e di Nixon lui ha già sconfinato, in viaggio per il prossimo party millenario


E' una recitazione che non ha maestri e non ha discepoli; Jack Nicholson è quello che è in virtù del fatto che l'unico suo reale interesse è "to have a good time".
Bastano quei pochi secondi mentre guarda Randy Quaid piangere, sul treno, per capirlo; è nato attore, è diventato "il re di Hollywood", e dopo di lui non conosco altre stelle capaci di illuminare il cinema del futuro. Questo non è un grande film, ma per chi sa apprezzare Jack è tra i suoi più grandi film; e rivederlo dopo -qualcosa come- tre decenni, è un gran bel tuffo all'indietro.


10/12/09

Uomini e insetti


Starship troopers di P. Verhoeven (1997)
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è un'apologo sulla guerra, dove i nemici sono spietati assassini appartenenti ad una cultura che per il soldato non è meno ignota -ad es.- di quella Vietnamita o Iraqena, ma che è sicuramente molto più vasta e più antica della sua; è uno splatter movie travestito da film bellico, ma ricade ancora una volta nel filone fantascientifico, dove Verhoeven si era già imposto con opere non meno strane come Robocop e Total recall; c'è la stessa fascinazione iper-tecnologica, lo stesso mondo di plastica stampata, di colori sgargianti, e qui anche l'eccessiva carineria dei giovani aitanti protagonisti, coinvolti in tresche da soap-opera, concorre a rendere oltremodo irreali le scene:


il bello è che fin da subito conosciamo il fato dei nostri, bellocci e bellocce indistintamente:


sono carne da insetto.


Credo che -a parte forse Heinlein- nessuno degli spettatori provi la minima simpatia per gli insettoni, che oltre a incutere un atavico terrore nell'utenza mammifera hanno anche la sconveniente qualità di essere enormi, e il brutto vizio di fare a pezzetti la gente; per colmo della misura, lanciano verso la Terra meteoriti abbastanza grandi da distruggere una città. Ancora, alla fine del film di loro non sappiamo niente; conosciamo soltanto i loro minuscoli parenti che condividono il nostro habitat, e alla luce di questo possiamo scommettere che i terricoli non ce la faranno MAI.


Ma come dice l'ennesimo annuncio di propaganda della Federazione, "They'll keep fighting"... Che "They will win" invece è piuttosto improbabile, ma con il vago e infausto ricordo di un numero due visto per caso da qualche parte, non credo proprio che mi prenderò la briga di scoprirlo, e mi accontenterò ancora di questo strano film tipicamente Verhoeven, sempre divertente, ben fatto, dove tutto è talmente fasullo che sembra un TG; la differenza è che non ci si annoia.
Il bonus è il sorriso smagliante di Jake Busey, che ha ereditato la dentiera di papà, e ne va fiero: