31/10/10

C'est bon, l'alcool

Questa è la storia di

Viva Maria! di L. Malle (1965)

che ha per protagonista la Bardot

esibita in coppia con la Moreau

Film che contiene una della più svergognate pubblicità dell' alcool con BB come testimonial

C'est ça l'alcool?

C'est bon, l'alcool!

e oltre alla bontà l'alcòl le dà il potere di farsi tre Messicani alla volta -virtù assai stimata presso l'Utenza del 1965- e quindi collezionare cocks (Ing. galli) fino ad un livello semi-professionale:

e infine di manovrare le mitraglie con estrema destrezza

Troviamo qualche gag sparpagliata qua e là, come il rosario da guerra

lo scheletro a cavallo di uno scheletro

Brigittarzan

e il culto popolare delle due Marie protagoniste (delle tre che aprirono un forno a Milano)

conosciute altresì come

accusate di eresia, e quindi passate alla camera di tortura dei preti:

ma salvate dall'esercito per una esecuzione sommaria:

che finisce però con un'altra gag, in cui il frate aguzzino perde la testa a causa delle due

E' un gran salto, tra il suicide movie che è Le feu follet con i suoi malsani grigiori e questo ritorno al technicolor con un sexy-musical circense/bellico e "leggero" che passa dalle masse di peones in tumulto alle mosse delle due famose stripteaseuse mentre intonano obbrobriose canzonette dedicate a Paris...
Film interamente costruito sulla presunta bellura fenomenica della BB e sulla presunta bravezza dell'altra, in una storiella che potrebbe risultare (forse) divertente ridotta a una durata standard, ma stemperata in 1:56 è terribilmente fiacca, e insopportabile nei numeri "musicali" a tal punto che l'intoccabile freccina destra della tastiera* diventa un indispensabile strumento del blogger. Infine, qui non rimane nemmeno una espressione del mio cult-movie malliano, a differenza del precedente (V.), ma mi permetterei di usarne una, a malincuore, per il mio giudizio finale: Quelle misère!

Sembra che Malle abbia realizzato un film "baffling and beautiful", e anche "an apocalyptic Alice in Wonderland", a titolo Black Moon, aggiunto ai titoli in download... Speriamo bene...

*)The skip key

29/10/10

Back again in the Village

Once more, I think "I know this place"

There are so many lava lamps in the Village, you know...

I find myself down here again, and everything's the same.
I don't want to talk to nr. 2 again.
I don't want to play chess with the old men.
The statues watch me while I'm wandering around; here's the good ole Rover

And I guess this is an archetype:

Ατλας Τελαμών; the one who holds the "world". Did you know that the original Atlas held the sky? So, how come that today he's depicted holding the Earth?
I don't know, but I do have the slightest clue.

That's necessary, to me.

I'm back down here again.
Portmeirion would be a jolly good alternative.
In the Village everything's the same, except for the language.
Now what do you expect they could speak in South Wales?

This was my profile image on Facebook some time ago:


Of course, I'm not a number. I am not a prisoner.
I am not a man, either.
I'm just an observer; "a machine for seeing and remembering".
Now that you know that, and I'm back in the Village, and I do know the game, I'm just getting curioser...
Don't you?
Be seeing you.

28/10/10

Will-o'-the-whisp-man

Le feu follet di L. Malle (1963)

Nel film che segue Zazie e Vie Privée (introvabile nel torrent) nella filmografia di Luis Malle visto oggi in lingua originale con sottotitoli hardcoded troviamo due espressioni già sentite nel precedente, ma che qui esprimono la omerica infelicità del protagonista:

Quelle misère!

e la mitologica battuta d'uscita di Zazie:

J'ai vieilli.

Non rimane un'altra minima traccia del mio cult-movie; il frenetico, chiassoso, lisergico super-technicolor anni '60 qui (dopo un ripensamento dell'autore) lascia il posto ad un bianconero lacerante, a lunghi piani-sequenza, movimenti cauti, gravi e solenni della MdP, accompagnati dal pianoforte dolente -anzi, Lent et Douloureux- di Erik Satie

-un artista da riscoprire- seguendo Maurice Ronet durante i suoi più disperati giorni di vita, alla ricerca di una normalità che credeva di ritrovare dopo la sua "detox", ma che in effetti non è mai esistita... E non esisterà mai.

Rivediamo per un attimo la Parigi notturna del finale di Zazie, ugualmente rutilante, minacciosa ed estranea,

e assediata dalle auto, con quello stesso senso di estraneità, di malessere notturno, del bambino stanco che è di fatto il protagonista, malgrado la sua età apparente.

Film esistenzialista per eccellenza, grande esercizio di stile dell'autore di uno dei film più scalmanati (e sottovalutati) della storia, ci ricorda ancora una volta qual'è la madre di tutte le droghe, e Palisa66 di Houston, TX, lo considera giustamente in relazione a quello che Camus definiva "L'unico problema serio della filosofia":

il suicidio. (warning: spoiler)

Il finale di questo film -dove un altro Francese rivela la preferenza nazionale per il cuore come bersaglio finale- potrebbe essere l'inizio di Je t'aime, je t'aime (V.). Teoricamente.
Riguardo il titolo, la traduzione Italiana questa volta era letterale: Fuoco fatuo è infatti quello che in Francia chiamano "feu follet" (fuoco folletto). Nei paesi anglofoni il medesimo è Will-o'-the-whisp, e infatti vediamo che negli USA divenne un effettistico The fire inside, mentre in UK il titolo era un tremendo spoiler in coppia con il poster: A time to live and a time to die... Che finale aspettarsi da un titolo simile, quando il tristissimo protagonista ha fatto fatica a restare vivo per il 99% del film?

Giudizio: lent, mais douloureux.
Mi piacerebbe sapere cos'è successo a Malle tra Zazie e questo, ma l'unico indizio pubblico - Vie Privée - non è reperibile.

Avanti piano

Quando uscì nei cinema

E la nave va di F. Fellini (1983)

ero gravemente affetto da svariati disturbi neurologici e comportamentali tra cui, appunto, il cinema. In quel periodo di cupa follia il cinematografo era il tempio del mio rito festivo, leggevo di cinema su Cineforum, avevo un abbonamento al cineforum, compravo libri su Hitchcock, Wenders e Altman, e restavo alzato fino all'alba per vedere una rassegna su Ozu o Bergman.
Ero un movie geek in piena regola, ma Fellini non mi piaceva.
Soltanto Satyricon -che è ancora il mio Fellini preferito- visto da qualche parte a cavallo tra gli ultimi due secoli, mi fece cambiare idea; sapete come la penso, sul cinema. Si tratta di pochi principi, idee estremamente mondane sulla messinscena, sulla produzione del sogno, che legano i primi cineasti alla nascita dell'industria Hollywoodiana e alle sue tecniche primitive, a coloro che hanno avuto il coraggio e la sensibilità per utilizzarle come strumenti d'azione, elementi attivi dell' opera. Gli studios, in part., i teatri di posa, con tutti gli artifici annessi e connessi, dai fondali dipinti alle rear projection ai matte painting, ai plastici in scala...

Fellini ha sempre snobbato i transparents tanto cari a Hitch, preferendo i fondali statici; in questo caso anche il set è più statico del solito, meno circense e anche meno felliniano, basato su una storia piena di macchiette fumettistiche e nessun protagonista, se escludiamo il narratore

che ci ricorda il Marquis de Custine di Russian Ark (V.)

Questo blogger ha una precisa idea della mole del cinema, soprattutto grazie alla piccolezza delle menti che lo utilizzano oggi; E la nave va non è il capolavoro di Fellini, ma è un film che lascia intuire tutta la grandezza dell'arte cinematografica attraverso le proporzioni, il tonnellaggio e l'andatura (da crociera) dell'unica vera protagonista, quella del titolo.

Con tutte le sue caricature viventi, le sue arie da finta-opera e il suo finto rinoceronte, può essere un ritratto del cinema Italiano o del cinema stesso, che si muoveva già su un mare di stoffa nel 1983, e la scomparsa di Fellini non ha certo migliorata la situazione...

La "violenza" finale dell'uscita dal set, sulle colossali impalcature che muovono la nave

e l'Autore che viaggia sul dolly fino a inquadrare lo spettatore può essere un suggerimento

Il film inizia e finisce in bianconero virato seppia, con tanto di fruscio; lo stesso artificio che suggerisce l'epoca della vicenda è anche l'unico che possa suggerire l'idea di una dimensione interna al film, quella cinematografica, dove tutto si svolge ad un livello di dignità maestoso, grazie alle maestranze di Cinecittà...

Stranamente, anche questo Fellini non mi piace, come non mi sarebbe piaciuto nell'83.
Lo trovo alquanto stanco rispetto ai precedenti Fellini, la poesia corsiva di colui e Tonino Guerra ansimante; sceneggiatura e contenuti non reggono il peso (come sempre) monumentale dell'opera costruita da Ferretti e Rotunno. In compenso oggi posso guardarlo con gli occhi dello straniero, e comprendere meglio tutto il fascino di questo sogno artigianale, pur senza poterlo esprimere a favore dei miei lavori, ma nemmeno nel mio blog.
E' un valore più che nazionale, fortemente Italiano. Che non posso apprezzare in quanto tale, ma al quale posso infine riconoscere tutti i meriti tanto decantati dai critici di tutto il mondo critico.

Il nostro speaker è l'anello di congiunzione, il testimone del tragico passaggio (avvenuto al capezzale di Fellini nel 1993) della Giusta Rotta, passata dal Maestro Riminese ad un esordiente David Lynch: Freddie Jones, che era Bytes

in Elephant Man e sarà poi -l'anno seguente- Thufir Awat in Dune

qui abbatte puntualmente la quarta parete

per descrivere fatti e personaggi al pubblico distratto.
Quello di cui non parla, ma che la sua persona rappresenta , è un drammatico cambio di scena nel panorama artistico mondiale.

Giudizio: navale.

27/10/10

Je ne sais pas

La guerre est finie di A. Resnais (1966)